Giovani, competenti e appassionati: ecco i ricercatori italiani antiplastica

Il gruppo Plastic Busters dell’Università di Siena 27 luglio 2018 da Repubblica

Dai loro laboratori, dal mare, dalle barche, parlano i ricercatori italiani che studiano sul campo i nuovi sistemi in grado di arginare questa emergenza. E raccontano al mondo l’urgenza di agire

di GIACOMO TALIGNANI

ERA talmente grande, la bocca della manta gigante che danzava al suo fianco, che Tania si è posta una sola domanda. “Quanta plastica potrebbe ingerire?”. Marcello invece voleva andare letteralmente più a fondo: fino agli abissi, “prendere una bottiglietta a 200 metri di profondità e scriverci sopra che forse si decomporrà nel 2400, così, giusto per ricordarlo a tutti”.
LO SPECIALE PLASTICA

Loro, come tanti altri ricercatori, per vincere la battaglia contro l’inquinamento da plastica usano l’arma della conoscenza. Sonogiovani, curiosi, italiani, trentenni e hanno tutti lo stesso sogno: far tornare a respirare il mare. Perché con 8 milioni di tonnellate di plastica che ogni anno finiscono negli oceani, dicono i “guerrieri” anti-inquinamento, soltanto con dati, scienza e divulgazione si potranno aprire gli occhi delle persone e cambiare il terribile scenario che prevede, nel 2050, la massa di plastica negli oceani superare il peso di tutti i pesci.

Tania Pelamatti, 28 anni: studia l’effetto delle plastiche sulle mante giganti del Golfo del Messico. Grazie alle indagini su questi animali “filtratori” e che possono vivere a lungo vuole scoprire il vero stato di salute degli oceani

Per “combattere” Tania Pelamatti, 28 anni, dalla Val Camonica è volata fino al caldo Messico. “Stavo nuotando con una manta gigante e mi chiedevo davvero quanta plastica, di quella lì intorno, potesse ingerire. Ero preoccupata”. Biologa marina, sta facendo un dottorato di ricerca per scoprire gli effetti delle microplastiche su questi maestosi animali. “Sai, ci possono dire molto sullo stato di salute delle acque – spiega dalla Baja California – perché vivono a lungo, oltre 50 anni, e sono dei filtratori”. Sta raccogliendo dati per scoprire l’impatto degli inquinanti sulla loro vita: “A giudicare da quanta plastica vedo nei mari dopo gli uragani, scaricata dai fiumi cittadini, temo che le indicazioni saranno sconfortanti, ma devo aspettare le analisi”.

Martina Capriotti, 31 anni: sta cercando di capire quali contaminanti, come metalli pesanti o Pcb, si “attacchino” alle microplastiche presenti nell’Adriatico. Quelle plastiche infatti, che poi vengono inghiottite dai pesci, oltre ai polimeri trasportano diversi inquinanti. Per farlo raccoglie i detriti con le reti e poi li analizza in laboratorio

Lo stesso è capitato a Martina Capriotti, ricercatrice di San Benedetto Del Tronto, 31 anni e una vita “con le bombole sulle spalle”. Le succedeva ogni volta che si immergeva: “Vedevo sempre più detriti, dovevo fare qualcosa”. Ha vinto la borsa di studio Sky Ocean Rescue-National Geographic e questo giugno ha iniziato i campionamenti nell’Adriatico. Tramite reti raccoglie le microplastiche per scoprire qualcosa a cui a volte non si pensa: sui resti di polimeri infatti si “attaccano” molecole di pericolosi contaminanti, come metalli pesanti o Pcb, che poi una volta uniti alle microplastiche finiscono inghiottiti dai pesci. “Li stessi che mangiamo”. Se riuscirà a raccogliere prove scientifiche sufficienti farà suonare un nuovo e importante campanello d’allarme.

Cristina Panti, 38 anni: è portavoce del gruppo Plastic Busters dell’Università di Siena, progetto europeo di monitoraggio che nel Mediterraneo mira a raccogliere dati sull’inquinamento da consegnare alla “politica” perché agisca per preservare il mare. Studiano anche gli effetti delle plastiche su balene e capodogli in Italia

Fornire ricerche che illuminino i politici sulla grandezza del problema è lo stesso scopo anche dei giovani ricercatori di Plastic Busters, progetto europeo che vede l’Università di Siena in prima linea nel monitoraggio del Mediterraneo. Per loro parla Cristina Panti, 38 anni, esperta che ha lavorato a decine di progetti, dalle analisi delle plastiche sulle balenottere di Pelagos sino allo studio sui polimeri dei materiali biodegradabili. “Quello che facciamo noi è raccogliere dati, come nelle aree marine protette, e portarli a chi deve decidere: forniamo la “prova” che è necessario agire subito per un cambiamento”. Nell’80% dello stomaco dei capodogli che ha studiato c’erano rifiuti di plastica. “A volte chili. E pensare che si nutrono soprattutto in profondità”

Marcello Calisti, 34 anni: ha inventato uno speciale “robot granchio” capace di andare a 200 metri di profondità e raccogliere le plastiche negli abissi. Vuole contribuire a ripulire i mari e sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema

Per questo laggiù, negli abissi, Marcello Calisti  calerà il suo “granchio”.  Ha inventato un piccolo  robot a sei gambe “che cammina ma non nuota, progettato per scendere fino a 200 metri  e telecomandato:  prende  campioni ma può anche ripulire i fondali dalla plastica” dice il 34enne ricercatore di BioRbotica della Sant’Anna di Pisa.  I primi test  li ha fatti all’Elba, ma poi servivano fondi: ora grazie al finanziamento della ditta Arbi può spingersi in profondità. “Sotto ci sono dei cimiteri di plastica, fanno paura”  dice.   Ma la paura si combatte:  “Voglio riportarla su e mostrare a tutti quello che stiamo  davvero  facendo al mare”.

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